PIZZO DEI TRE SIGNORI
   

 

Il Pizzo dei Tre Signori ci osserva dai suoi 2.554 metri di altezza.
La sua cima faceva da confine tra tre diverse nazioni: Ducato di Milano, Serenissima Repubblica di Venezia e Repubblica delle Tre Leghe Grigioni.
Ora lo è tra tre provincie lombarde: Sondrio, Lecco e Bergamo.

La cima del Pizzo Tre Signori è raggiungibile a piedi, non è impegnativa, infatti nel periodo estivo, quando la neve si è sciolta, è meta di molti escursionisti.
Mi è capitato di salire da solo a metà giugno e non trovare in cima nessuno, come di salire il giorno prima di ferragosto in compagnia e trovare la cima piena di gente. La montagna è anche questa.

Sicuramente l'escursionista di inizio '900 non avrebbe trovato la cima piena di persone. Ma non avrebbe trovato neppure la croce, in quanto la prima croce sul Pizzo Tre Signori venne eretta nel 1913. Venne quindi modificata e benedetta il 19 luglio del 1935 dal cardinale Schuster.

Al Pizzo Tre Signori si può salire da varie località.
- dalla Val Brembana - partenza da Ornica (m. 922) - dislivello m. 1.632
tempo di salita 4,30 ore - difficoltà escursionistica
- dalla Valsassina - partenza da Introbio (m. 586) - dislivello m. 1.968
tempo di salita 6,30 ore - difficoltà medio escursionistica
- dalla Valsassina - partenza da Premana (m. 900) - dislivello m. 1.654
tempo di salita 5 ore - difficoltà escursionistica

Ecco quelle dalla Val Gerola:
- partenza da Pescegallo (m. 1454) - dislivello m. 1.100
tempo di salita 3 ore - difficoltà escursionistica
- partenza da Laveggiolo (m. 1470) - dislivello m. 1.084
tempo di salita 3 ore - difficoltà escursionistica
- partenza da Gerola Alta (m. 1085) - dislivello m. 1.469
tempo di salita 4 ore - difficoltà escursionistica
- partenza da Morbegno (m.250) - dislivello m. 2.250
tempo di salita 7 ore - difficoltà medio escursionistica
Se la prima è un classico, consiglio almeno una volta nella vita l'ultima opzione.

 

Davanti: GEROLA ALTA – Pizzo Tre Signori (Valtellina) m. 2554 s. m

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Gerola Alta - data 1.12.1915

Editore: editore non presente

Davanti: Pizzo Tre Signori (Valtellina) m. 2554 s. m.

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Morbegno - data 9.4.1915

Editore: DITTA ROCCA GIUSEPPE, EDIT. - MORBEGNO

Davanti: Morbegno (Valtellina) - Pizzo tre Signori (m. 2554 s. m.)

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Gerola Alta - data 22.8.21

Editore: Prototipia A. Ragazzi - Piacenza

Davanti: Pizzo Tre Signori – Valtellina m.2554 s. m.

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Albaredo - data 13.8.25

Editore: ROCCA GIUSEPPE EDITORE - MORBEGNO

Davanti: Inverno a Introbio

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Introbio - data 6.9.12

Editore: LECCO – TIP. G. MAGNI, NEG. ING. G. MARTELLI

Davanti: Pizzi dei 3 Signori, Trona, Varrone e Miniera di Camisolo

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Introbio - data 1.8.21

Editore: Tipografia Magni – Lecco

Note: RIFUGIO ALBERTO GRASSI SOC ESCURSIONISTI LECCHESI CAMISOLO

Gruppo Pizzo Tre Signori Mt. 2000 s. m. INAUGURAZIONE 31 LUGLIO 1921

 

Il libro "Cinquant'anni di vita della Società Escursionisti Milanesi" riporta alcune note relative al Pizzo Tre Signori.pag. 19: Allora (1892) una gita al Pizzo Tre Signori voleva dire percorrere a piedi 32 chilometri di strada rotabile e superare un dislivello di 1700 metri in 20 ore circa, compresi i riposi.
pag. 136: Morlacchi divenne l'appassionato segnalatore della S.E.M. che tutti conosciamo, dopo una gita compiuta nel 1898 al Pizzo dei Tre Signori con diversi soci, fra i quali Giulio Colombo, ben noto ancor oggi per la sua dedizione alla S.E.M. e anche allora vivace e tutto scatti. Partiti da Milano per Morbegno alle ore 17 arrivarono a Lecco la sera del giorno appresso, sempre a piedi (lo notino i giovani). Chi li doveva guidare, sgraziatamente andava soggetto a lancinanti dolori emorroidali, tanto che nella notte, salendo la valle del Bitto, ogni momento calavasi i calzoni e poneva le sue parti molli sui freddi sassi che incontrava lungo il torrente per avere refrigerio. Lo lasciarono perciò ben presto con i suoi dolori e con un pò di cibarie perchè ritornasse a Morbegno, ed essi proseguirono per istinto. Alla bocchetta di Trona, uno della comitiva fu assalito dal mal di montagna, e per farlo riprendere un poco gli misero sullo stomaco pietre scaldate dando fuoco a virgulti di rododendri raccolti sul posto. La discesa su Introbio fu lunga più del necessario, non conoscendo nessuno di essi la strada, mentre li assillava il pensiero che scarse erano le ore disponibili per giungere a piedi a Lecco. Tutto ciò contribuì a far riflettere il Morlacchi sul fatto che per chi non fosse in grado di assoldare un portatore o una guida per la sicurezza del percorso, potesse riuscire di grande aiuto una segnalazione a minio. E con questa convinzione si dette, quasi sempre da solo, a compierne in numero grandissimo.

 

Davanti: nessuna scritta

Retro: Soc. Escursionisti Lecchesi Piazza 20 Settembre – LECCO

Dalla vetta del Pizzo 3 Signori, m. 2555, verso le Orobiche.

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: NEG. SASSI

Note: timbro SOCIETA' ESCURSIONISTI LECCHESI LECCO Rifugio A. GRASSI (m. 2000)

Davanti: Pizzo dei 3 Signori

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Introbio - data 10.9.1913

Editore: LECCO - TIP. G. MAGNI - NEG. ING. G. MARTELLI

Note: timbro RIFUGIO ALPINO condotto da Rigamonti Giovanni BIANDINO

Davanti: Pizzo dei Tre Signori (m. 2554 s.m.) e Miniera di Camisolo (m. 2050 s.m.)

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Introbio - data 14.8.23

Editore: TIP. MAGNI - LECCO

Davanti: Introbio - Pizzo dei Tre Signori (m. 2554 s.m.) e Miniera di Camisolo (m. 2050 s.m.)

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Introbio - data 10.10.28

Editore: TIP. MAGNI - LECCO

Davanti: La Catena del Disgrazia vista da Pizzo Tre Signori

Retro: Pizzo dei Tre Signori Anticamente confine di 3 Stati. Rep. Veneta, Rep. dei Grigioni, e Ducato di Milano, ora confine di 3 Provincie: Como, Bergamo e Sondrio.

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro PRI ?? - data 18.7.30

Editore: L. Fioroni - Milano

Davanti: Pizzo dei Tre Signori visto dalla Madonna della Neve (m. 2254)

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Introbio - data 11.8.11

Editore: TIP. G. MAGNI - LECCO

 

GITA SOCIALE AL PIZZO DEI TRE SIGNORI – 25 OTTOBRE 1915
Ecco una gita sociale, della Società Escursionisti Lecchesi, al Pizzo dei Tre Signori a fine ottobre del 1915. L’articolo, scritto da Alberto Bonelli nel dicembre di quell’anno, è riportato nel bollettino mensile dell’ 8 gennaio 1916.

Quando la sera del 24 partimmo da Lecco col fermo proposito di raggiungere la vetta del Pizzo, il tempo non prometteva nulla di buono.
Una teoria pressoché infinita di nubi grigie, che lasciavano trasparire un pallido riflesso lunare, rendeva triste il paesaggio, e non ci faceva intravvedere che forme confuse di vette incuneatisi fra quelle nubi.
C'incamminammo su per la salita fino a Ballabio, le biciclette a mano, una breve sosta, ed inforcate le macchine snelle su su ancora fino a Balisio, poi con una volata vertiginosa, permessaci dalla discesa, ci precipitammo ad Introbbio, ove ci attendevano altri due gitanti. Eravamo dunque in diciassette, dei quali cinque intrepidi cacciatori.
Ad Introbbio depositammo le biciclette, e qualcuno, al quale la salita aveva aguzzato l'appetito, stava per avventarsi voracemente sul sacco delle provviste, quando i direttori di gita intervennero opportunamente a frenare le loro velleità. La salita s'inizia con una ripida mulattiera che ci porta con frequenti zig-zag all'imbocco della valle della Troggia. Percorriamo questa valle scrutando di quando in quando il cielo, quasi ad interrogarlo sulle sue intenzioni per il giorno dopo.
La comitiva è silenziosa e sembra uniformarsi alla tristezza degli elementi; il torrente brontola monotono, rompendo il silenzio della notte; solo l'inesauribile Figini fa sfoggi o del suo vasto repertorio di frizzi e motti, che però non hanno più la virtù di allontanare da noi la preoccupazione pel domani.
Verso la una dopo mezzanotte arriviamo in Biandino, picchiamo alla porta, e dopo non breve attesa l'arcigno Foulat ci spalanca l'uscio barcollante del rifugio; unanimi diamo un primo assalto alle provviste, per soddisfare lo stomaco che afferma le sue pretese. Dopo il pasto un breve consiglio a mezza voce, e ci decidiamo a scegliere, fra le non pulite e più o meno densamente popolate coperte ed il fieno, quest'ultimo, sul quale passare la notte. Non possiamo dire d'aver dormito comodamente quelle poche ore! La mattina ci svegliamo con una buona dose di frescura nelle ossa; un'occhiata al cielo: delusione! Nulla si può vedere delle erte cime che circondano la conca.
Dopo un vivace battibecco fra alcuni di noi ed il gentilissimo custode, si dà il segnale della partenza. I nostri cacciatori si sperdono fra le ondulazioni della valle: s'ode qualche colpo di fucile che l'eco ripete lontano.... Arriviamo, chiaccherando allegramente, al Lago di Sasso già gelato per metà. Ammiriamo il meraviglioso paesaggio che ci circonda; il Lago, che s'incastra fra due pareti rocciose, è sbarrato a valle da un succedersi di enormi massi bruni che si specchiano cupamente nelle sue acque. Le nubi che sembrano diradarsi lasciano trpelare qualche riflesso di sole che, rischiarando la conca, rende più tenue il colore verde intenso del Lago, e fra di esse intravediamo la vetta nevosa del Pizzo.
Con rinnovata speranza consumiamo il primo pasto della giornata, poi iniziamo la tappa finale. Il primo tratto della salita non presenta nulla di notevole, ma vi troviamo sparse qua e là chiazze di neve come vedette del nevajo che ci attende, e quella neve risveglia in noi il ricordo di emozionanti discese sugli sci. Come si desidererebbe averli con noi!
A Piazzocco ci raggiungono i primi raggi del sole; par di risorgere a nuova vita, si respira più liberamente.
Si sale ancora un poco, e repentinamente appare ai nostri occhi la visione lontana delle Alpi che si elevano maestose su un mare di nebbia. Quanta beatitudine lassù!
Il cielo di una purezza e di una trasparenza adamantina ci permette di ammirare la superba visione della catena sulla quale troneggia il Disgrazia, baciato dal sole che lo colora leggermente di rosa. Come si anela raggiungere queste

.... serenità superne
ove il silenzio delle nevi eterne
confina col silenzio alto de' cieli.

E son quelle candide vette, che si elevano maestosamente folgoranti di luci nell'azzurro immenso, che i nostri gloriosi soldati, fra gli stenti e le fatiche sovraumane, hanno domato per adoperarle qual potente offesa, e dando in olocausto le loro vite, avanzano, avanzano sempre, all'ombra della bandiera della libertà e della Patria...sia lode a loro!
Il richiamo dei direttori di gita ci scuote da quella estatica ammirazione, e continuiamo la salita verso levante.
Possiamo in tal modo gustare i caratteristici effetti dei raggi del sole sulla neve: effetti di ombre e di luci che abbagliano.
L'ultima parte della salita, che si fa sempre più ripida, fa affaticare i nostri direttori, che son costretti a scavare la strada nella neve, che ha ormai quasi un metro d'altezza.
Si arriva finalmente sulla cima e lo spettacolo quì si fa più imponente; sotto di noi, come un mare, la nebbia si stende appena leggermente ondulata, e delle nostre montagne solo il Grignone ed il Legnone osano elevarsi sopra di essa.
Si è felici, giacchè Giove Pluvio ha creduto bene di non farci visita, contribuendo quindi alla riuscita di questa passeggiata, che se è stata faticosa, è stata per altro proficua ed abbondante di sane sensazioni e di visioni superbe, visioni che si possono annoverare fra le più belle che la natura ci offre e che rimangono scolpite profondamente nell'animo.
Sulla cima, dopo aver consumato le ultime provviste, ci riuniamo, un otturatore scatta, e la fotografia direi quasi ufficiale è fatta.
S'inizia la discesa; scivoliamo giù per un ripido caminetto pieno di neve e, volto uno sguardo d'addio alle Alpi scintillanti al sole di mezzodì, ci tuffiamo nella nebbia. - Sono sparite come per in canto le risate gioconde, continuiamo seguendo la cresta fino a Camisolo, scendiamo nella conca di Biandino passando pel rifugio Pio X, indi ad Introbbio.
Certamente qualche lettore potrebbe interessarsi della sorte dei cinque cacciatori, ed oserà malignare che la gita si sia chiusa con un lauto pranzo a loro spese ... Poveri noi se avessimo osato pensare a ciò! ... Trovammo bensì molte traccie di selvaggina d'ogni specie sulla neve, ma, è forse per questo, due miseri passeri rappresentarono tutta la lauta preda ...

 

Davanti: Introbio – Pizzo dei 3 Signori (m. 2555) e di Trona (m. 2508)

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: LECCO – TIP. G. MAGNI – NEG. ING. G. MARTELLI

Davanti: nessuna scritta

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Premana - data 31.7.1928

Editore: editore non presente

Note: timbro Casa Pio XI° Bocchetta di Trona (m. 2092) PREMANA (Valsassina)

Davanti: Vetta del Pizzo Tre Signori m. 2554

Retro: … sul culmine, una Croce. Le nubi lente sfioccano petali di gigli …. (Pino Ballario)

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: Foto Bellomi - Ediz. Dolci – Novara

Note: timbro RIFUGIO S.RITA PASSO CROCE DEI TRE mt. 1986

Davanti: Vetta Pizzo Tre Signori m. 2554

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Varenna - data 19.8.1957

Editore: Foto Bellomi

 

GITA AL PIZZO DEI TRE SIGNORI – 15 16 LUGLIO 1916
Questa gita al Pizzo Tre Signori è raccontata sul bollettino della SEL (n.8 dell’ 8 agosto 1916).

La sera del sabato 15 luglio, partiva da Lecco una comitiva di promettenti giovanotti pedalanti alla volta di Introbio.
Verso le 22 raggiungeva la capitale della Valsassina,con una pigra giardiniera, (vettura Negri) un’altra comitiva di giovani e vecchi.
Ci trovammo tutti all’Albergo delle Miniere; dopo qualche rinfresco il gruppo (23 partecipanti) si metteva in cammino per la bella mulattiera che conduce a Biandino. Uno splendido e meraviglioso chiaro di luna rischiarava la via. Dopo breve tratto, la strada si divide in due; noi ci incamminiamo alla destra che ben presto si trasforma in un alpestre sentiero, e su per l’erta salita in breve ora arriviamo alla Baita della Pianca. Un quarto d’ora di riposo e poi via di nuovo. La strada è discreta e dopo 3 quarti d’ora arriviamo alla Bocchetta della Pianca: si discende per pochi metri su sentiero quasi piano.
In alto la nera ed imponente parete del canale Corvo qua e là biancheggiante di neve; vicino alla Valle della Rasga la strada volge alla nostra destra e su per quell’interminabile salita a zig zag, sempre dominati dalla più schietta allegria. Marciamo in fila indiana, a poco a poco si fa silenzio e la colonna comincia a diradarsi: i Direttori gita incitano e moderano il passo, ed annunciano che siamo vicini alla Baita. Difatti dopo .. appena mezz’ora arriviamo alle Cascine. Attraversiamo l’altipiano ed in breve siamo all’Alpe di Foppabona.
I buoni alpigiani si levano, aprono le baite e accendono un buon fuoco: noi diamo l’assalto al sacco per uno spuntino, intanto che un buon uomo va a mungere l’Italia e la Mornera (così il nome delle mucche) e ci porta un secchio di buon latte caldo, che in breve viene vuotato; bisogna ricorrere di nuovo alla Mornera, poi si va a dormire.
Quei buoni montanari, molto ospitali, si alzarono per darci le coperte, e noi, se pur non dormimmo, almeno riposammo per tre ore. Alle 6 e mezza di mattina siamo già tutti in piedi (qualcuno s’era fatto svegliare con metodi un po’ vivaci) e alle 7 circa ci mettiamo in cammino per un pianeggiante sentiero verso le miniere di Camisolo (dove una società inglese sfrutta le montagne nostre); breve sosta, quindi seguendo la costa saliamo a Castel Reino, dove si fa uno spuntino al sole.
Ci avviamo di nuovo, e dopo una breve crestina, siamo al piede del Pizzo.
Il colosso si erge maestoso davanti a noi, sembra impossibile la scalata, eppure non è tanto difficile: attacchiamo l’aspro ed erto sentiero che ci porta al Caminetto (profondo crepaccio pieno a metà di neve gelata), qualche colpo di piccozza ci fa strada, ed in breve è superato da tutta la comitiva, poscia siamo alla Eccelsa Vetta con un tempo straordinario. La vista impagabile che si gode di lassù, compensa tutta la fatica sopportata dal lungo cammino.
Dal versante sud, a picco, la Valtorta; al nord i Laghi di Sasso e dell’Inferno; tutta la bella costa dalle Miniere a Pian di Bobbio. Il Barbisino, lo Zuccone Campelli e tutto quel meraviglioso mare di montagne inebriano la vista , che si spinge fino ai colossi delle Alpi, tutta la cerchia immensa dal Rosa al Tonale: si tenta coi binoccoli di avvicinare il gruppo Bernina, il Disgrazia, il Badile, lo Scalino. Si vorrebbe rimanere lassù, ma pur troppo abbiamo le ore contate bisogna scendere. Si inizia la discesa pel Caminetto, e dopo qualche fotografia del Nostro Presidente, si percorre ancora la stessa strada fatta in salita. In due ore siamo di nuovo all’Alpe di Foppabona.
Là prendiamo d’assalto i sacchi per la distruzione completa delle ultime rimanenze di cibarie, e dell’acqua fresca e del buon latte completano il nostro modesto alpinistico pranzo.
Dopo breve riposo ritorniamo per la strada percorsa la notte precedente: alle 17 siamo ad Introbio. Un rinfresco e la famosa vettura Negri a furia di tric-trac in meno di tre ore ci porta a Lecco, un po' sconquassati è vero, ma ancora in ottimo stato.
La bella e ben riuscita gita, son certo, rimarrà impressa ai nostri giovani Amici, e servirà ad incoraggiarli ad altre non meno belle e divertenti gite.
A voi giovani è aperto il campo all'alpinismo, io sono al tramonto.

IL VECCHIO MONTANARO

 

Davanti: Saluti dal PIZZO TRE SIGNORI (m.2554)

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Introbio - data 16.8.1965

Editore: Foto Bellomi

Davanti: nessuna scritta

Retro: Saluti dal PIZZO TRE SIGNORI m. 2554

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Premana - data 5.9.1956

Editore: D. P. N.

Davanti: Salendo al Pizzo Tre Signor (m. 2554) – Veduta di Biandino e lago di Sasso

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: foto Bellomi

Davanti: Alta Valsassina – Pizzo Tre Signori m. 2554 dalla Bocchetta d'Inferno

Retro: Casa Pio X – m. 1800 s/m

Introbio – Valsassina (Como)

Spedizione: cartolina viaggiata - Timbro Lecco - Data 27.7.40

Editore: Foto Bellomi – Ediz. Dolci – Novara

Note: timbro CASA PIO X AL ZUCCO DI COBBIO (Alt. m. ????) INTROBIO Prov. di Como

Davanti: Introbio – Lago di Sasso e Pizzo dei Tre Signori

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: TIP. G. MAGNI LECCO

Note: RIFUGIO ALBERTO GRASSI SOC. ESCURSIONISTI LECCHESI CAMISOLO

Gruppo Pizzo Tre Signori Mt. 2000 S.L.M. INAUGURAZIONE 31 LUGLIO 1921

Davanti: nessuna scritta

Retro: CASA PIO X - Il Pizzo dei Tre Signori (m. 2555) e il Lago del Sasso.

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Lecco - data 2.8.37

Editore: nessun editore presente

Note: timbro CASA PIO X IL ZUCCO DI COBBIO (Alt. m. 1758) INTROBIO Prov. di Como

Davanti: Pizzo Tre Signori m. 2554 col Lago di Sasso m. 1912

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Gerola Alta - data 24.8.42

Editore: Foto Luigi Pasina - Gerola Alta

 

Ecco una relazione fatta nel lontano 1875 e riportata nel bollettino di quell’anno del Club Alpino Italiano: “Una escursione degli alpinisti milanesi al Pizzo dei Tre Signori”. A scriverla è Emilio Bignami il quale qualche decennio più tardi pubblicherà la prima parte del "Dizionario Alpino Italiano", in cui elenca e descrive circa tremilacinquecento vette e valichi.

Chi era alla stazione ferroviaria di Milano il 27 giugno 1875, alle ore 5 del mattino, si domandava con una certa quale meraviglia quali persone fossero quelle che si vedevano dirigersi al treno in partenza per Lecco col sacco in ispalla, l’alpenstock in mano, e le più strano acconciature che mai si potessero immaginare. Alcuni vestivano il costume di Knickerbocker, altri la blouse dell'alpinista con gambiere di pelle o di tela, altri la giacchetta del cacciatore, chi portava un cappello acuminato con penna d'aquila, chi un cappello coperto di un velo bianco alla foggia inglese, chi un berretto, e chi perfino un cappello fatto venire appositamente dall'India di quelli che colà usano gli ufficiali. Tutti poi calzavano dei grossi scarponi ferrati alla Sella, come si suole dire tra noi, ed avevano fisso al cappello lo stemma in argento del Club Alpino Italiano, l'aquila ad ali spiegate sopra lo scudo colla stella d'Italia. Erano foggie bizzarre, ma che non mancavano di dare un certo chè di pittoresco alla scena. Che se poi si avesse voluto indovinare le persone fra quella trentina, che così partiva da Milano, se ne sarebbero trovate molte di quelle che si vedono battere i marciapiedi della città coll'aria grave degli uomini i più seri ed i più rispettabili. Vi erano avvocati, ingegneri, medici, professori abbastanza noti fra noi, viaggiatori, fra cui il giovane patrizio che spinse già le sue peregrinazioni fino attraverso il gran Caco e le praterie della Pampa, e con loro in fratellevole unione marchesi, conti, banchieri, talché uno di noi ebbe argutamente a dire, che al nostro convegno si erano data la posta l'aristocrazia della nascita, quella dei denari e quella del pensiero, con una democrazia delle professioni.
Alle sei eravamo in viaggio ed alle sette e mezzo si scendeva alla stazione di Lecco, dopo avere ammirato in ferrovia ancora una volta, come sempre quando si passa, quello stupendo panorama che si stende davanti agli occhi del viaggiatore dopo la stazione di Olgiate, ed è formato dal l' Adda e dai monti del lecchese.
A Lecco ci aspettava il nostro presidente, il professore Stoppani, l'anima di queste nostre escursioni, colui che sa così bene disporle e poi avvivarle colla sua dotta e gioviale compagnia.
Scopo della nostra gita era il Pizzo dei Tre Signori, una vetta a metri 2,564 sul livello del mare, ed a cavaliero delle tre vallate di Biandino, del Bitto e della Stabina o Valtorta, al quale non si poteva giungere che dopo un cammino diviso in due giornate, e passando per la valle di Introbbio.
Non si volle pertanto perder tempo, ed appena giunti, col nostro presidente alla testa prendemmo la via per Introbbio. Volendo descrivere la bellezza di questa via e quanto vi abbiamo ammirato e trovato degno di nota, non potrei meglio farlo che usando delle stesse parole colle quali la nostra presidenza seppe sì bene compendiarle nella lettera-programma distribuita ai soci, e però qui le trascrivo:

(...)

Alle tre pomeridiane si era pronti alla partenza, prima però si eseguirono le osservazioni per determinare l'altezza del paese che ci risultò di metri 600. Ed a proposito di queste osservazioni noterò qui che, a cura della nostra presidenza, e più specialmente del nostro indefesso segretario il professore Gabba, si era munita la comitiva di un eccellente barometro portatile della fabbrica Salmoiraghi Rizzi F. C., appositamente costrutto per le osservazioni di montagna, del qual barometro si volle caricare il professore Guido Grassi, il quale poi coadiuvato dal giovane ingegnere Pogliagbi tenne le note ed eseguì le calcolazioni. Le osservazioni si incominciarono a Lecco (altezza metri 214), si ripeterono sull'altura detta della Merla (metri 651,1), punto culminante della strada di Valsassina, si continuarono ad Introbbio (metri 600), poscia lungo la vallata di Biandino; a Biandino (metri 1,601,7), al Pizzo dei Tre Signori (metri 2,564,9), a Gerola (piazza, metri 1,052,2), a Morbcgno (metri 266), e si chiusero a Colico al livello del lago (metri 198,5), già determinato a Lecco, per collegarle insieme, mentre periodiche osservazioni di confronto si facevano a Milano al barometro ed al termometro della nostra sezione.
Molti di noi erano anche muniti di aneroidi, per il che il professore Grassi, desideroso di completare uno studio su questi strumenti, il quale sarà da lui pubblicato, raccolse le osservazioni di tutti.
Nè vi debbo tacere che il nostro segretario, prima della partenza, ci munì di un utile libriccino pubblicato a cura della sezione e da lui compilato, col quale si danno le norme e le notizie più necessarie per l'uso dell'aneroide.
Partendo da metri 600 si trattava di arrivare prima di sera a metri 1,601, ossia guadagnare un'altezza di oltre mille metri, che in circostanze ordinarie richiedono circa quattro ore. E così infatti fu, perché alle 7 pomeridiane si entrava nelle così dette baite di Biandino al piede del Pizzo, dove si doveva pernottare, dopo di avere ammirato lungo il cammino, al punto detto il Paradiso dei Cani, la bella cascata della Troggia.
E qui dirò anch'io col poeta, incomincian le dolenti note. Il tempo che nella giornata si era mantenuto incerto, ma non tale da lasciarci disperare del bel tempo pel giorno dopo, divenne burrascoso, il cielo cominciò a coprirsi di nubi cariche d'acqua, che a poco a poco ci toglievano la vista delle cime dei monti. Si aggiunga che dovevamo sciogliere il difficile problema di passare la notte accovacciati in una trentina entro una diroccata chiesuola di poco più di cinquanta metri quadrati col suolo di pietre ed umido, coll'aria fredda montanina che entrava da ogni parte, con completa mancanza di paglia e solo poche bracciate di fienetto da poco tagliato.
Sette, fra cui chi scrive, visto al chiarore notturno altre baite più alte e più lontane non indietreggiarono davanti alla necessità di aggiungere nuovo cammino al già fatto, e non si trovarono del tutto malcontenti di avere scambiata la casa del signore con quella del pastore; gli altri restarono, ma ebbero a confessare che la notte colà passata non fu una delle loro migliori. Un banchiere si felicitava di avere portato con sè un hamac, e prima di notte pregustava le delizie del giaciglio indiano, e destava l'invidia dei compagni, ma poi le peripezie dell'hamac furono tali e tante, compreso il freddo, il quale su quell'arnese si faceva sentire maggiormente, che al mattino le critiche e le obbiezioni al ritrovato non furono poche.
Un professore di chimica vantava ai quattro venti una certa sua tenda di modello militare, e prima di notte s'era visto aggirarsi intorno fra le roccie onde trovare un posto adatto a piantarla, e poi rizzatala, certo non colla celerità delle compagnie alpine, cantar vittoria ed invitare due altri suoi amici a goderne; ma pur troppo anche là la notte non fu più tranquilla, e più comoda. Quella tenda diventò l'oggetto di curiosità di tutte le pecore che vagavano intorno, ed un'importuna visita fattavi da tre o quattro grossi animali del genere sus, mise tutti gli sdraiati là dentro sossopra.
In ogni modo, quando Dio volle, la notte passò, ed alle quattro del mattino, vispi ed allegri a malgrado dei sofferti disagi, ci trovammo tutti in piedi e ci avviammo alla salita. Nella notte ci aveva raggiunti il nostro vice-presidente marchese Carlo Ermes-Visconti, il quale, partito la sera da Lecco, volle per arrivarci battere la via di notte, e mercè di un'espertissima guida, un fabbro d'Introbbio, giunse a Biandino alle 2 dopo mezzanotte senza fastidiosi smarrimenti.
Come dissi, il Pizzo dei Tre Signori si eleva, secondo i nostri calcoli, a metri 2,564. Si avevano dunque ancora a superare metri 963 per giungere alla cima. Tre ore di cammino a calcolo di alpinista, che assegna metri 300 a 350 per ora; ma chi le giudicasse più facili di un doppio di ore in vallata sopra una via mulattiera ed anche uno scosceso sentiero, s'ingannerebbe a partito.
Si prova un piacere a giungere sulla cima di un alto monte appunto perché non è dato a tutti di arrivarvi, e non tutti possiedono la forza fisica e la forza di volontà che occorre per vincere tutti gli ostacoli e sostenere le fatiche che rendono l'impresa malagevole.
Il Pizzo dei Tre Signori non è una cima delle più alte, ma come tutte le cime ha i suoi punti scabrosi, e se si batte una via differente da quella indicata dalle guide si arrischia di trovarsi davanti a luoghi decisamente pericolosi, che, come accadde ad alcuni di noi, obbligano a ritornare od a tentare imprese che non si ripeterebbero e non si consiglierebbero.
Il sentiero sale al lago di Sasso, lo costeggia a diritta per raggiungere la cosi detta Bocchetta di Varrone, ma poi cessa perché è forza arrampicarsi sullo sperone che forma la base della vetta alla quale si giunge dopo superate due altre più piccole punte e dopo attraversati alcuni campi di neve.
Così, quando siamo stati in cima, contatici ci siamo trovati in venti; il trenta per cento dunque, si direbbe in linguaggio di statistica, era rimasto sulla breccia, a malgrado che la via ci fosse indicata da due buonissime guide, Ambrogio e Pietro Artusi padre e figlio, d'Introbbio.
Prima di giungere colà mi sono chiesto perché questo Pizzo è detto dei Tre Signori, poiché a tutta prima si pensa che sia cosi chiamato per avere tre punte, come il Corno dei Tre Signori che si erge presso il passo di Gavia in fondo della Valtellina, ma la cosa non è tale, perché in fatto la vetta ha una sola punta. Si chiama invece così perché a cavaliere di tre vallate un tempo soggette a tre diversi dominii.
Là dunque su quella cima s'incontrava il confine di tre Stati, ed il linguaggio seppe appropriare il nome al fatto. Ma quante volte anche questo fatto non esiste, e non si sa in qual modo si siano battezzate le montagne, eppure i loro nomi hanno sempre alcun che di originale e di poetico che colpisce, e lascia pensoso a meditare sulla loro origine e sulla fantasia delle popolazioni che prima li inventarono.
Ma lasciamo le considerazioni filologiche, e per continuare la relazione notiamo che la vetta del Pizzo consta di puddinga quarzosa appartenente all'arenaria variegata (Bunter Sandstein), e che la temperatura era di 5 gradi Réaumur quando vi giungemmo.
Sulla cima dovevamo incontrare una delusione ed una grata sorpresa.
L'una però valse a compensare l'altra, ed anzi si può dire che la seconda ci fece affatto dimenticare la prima.
La delusione si fu che non potemmo godere di alcuna vista perché il cielo si era tutto coperto, e le nubi temporalesche si erano talmente addensate intorno a noi da non lasciarci scorgere l'orizzonte che a brevi intervalli.
La grata, anzi gratissima sorpresa, fu l'incontro di dieci nostri colleghi della sezione di Sondrio, venuti colà d'altra parte appositamente per darci il benvenuto sui loro monti; fra questi il vice-presidente ingegnere Cetti; i due fratelli avvocato ed ingegnere Valenti, di Morbegno; il tenente della compagnia alpina Andrea; l'ingegnere Buzzi, l'ardito alpinista che ascese il monte della Disgrazia; il signor Sertori, ed altri di cui mi è sfuggito il nome.
Non si può immaginare quanto questo incontro ci riesci gradito. Quegli, che noi alpinisti chiamiamo con certa compiacenza il nostro padre, Quintino Sella, ebbe a dire che sulle alte cime l'uomo si sente migliore, perché sente l'animo nobilitarsi e disporsi alle elevate aspirazioni. Il fatto è proprio cosi, sulle alte vette, al disopra di qualche migliaio di metri delle prosaiche cure della vita quotidiana, si provano sensazioni così nuove e così piacevoli, che difficilmente si saprebbero descrivere con parole. In tale disposizione di spirito si è maggiormente propensi alla gioia ed alla fratellanza, onde l'incontro di compagni del nostro sodalizio, di questa nuova framassoneria che si chiama l'alpinismo, ci centuplicò il piacere della nostra salita.
Scambiati i saluti, gli evviva, gli abbracciamenti, abbiamo piantato una specie di bandiera, rifatto l'ometto di pietra, che forse qualche fulmine aveva scomposto, dopo avere trovato sepolte fra i sassi le carte di visita di due nostri soci, l'ingegnere Zancarini e l'avvocato Vitali , e di un inglese, il professore Franklin, che ci avevano preceduti di alcuni giorni in questa salita; abbiamo messo in una bottiglia le nostre carte e poscia a malgrado che il tempo minacciasse ci siamo disposti intorno per soddisfare con un allegro asciolvere la fame che ci pungeva.
Di questo modo trascorse rapidamente più di un'ora, e noi si sarebbe rimasti là ancora un'altra ora se le guide non ci avessero avvertiti che conveniva affrettarsi per non lasciarci cogliere dal temporale sulla cima.
S'incominciò quindi la discesa verso le 9 antimeridiane, ma non eravamo ancora giunti alla Bocchetta di Varrone per prendere il sentiero che ci doveva condurre giù, che la pioggia ci colse e più non ci lasciò tregua.
Nella discesa fra le rupi ignude lisciate dai ghiacciai si passa vicino al lago dell'Inferno, e da lungi più al basso si scorge un altro lago, quello di Trona, poscia fra boschi prima di pini, indi di faggi e castani si arriva al fondo della vallata dove s'incontra il villaggio di Gerola (metri 1,052).
Qui la sezione di Sondrio ci volle trattare con un pranzo, che, si comprenderà, non era la cosa la più facile, quando si rifletta che si trattava di allestirlo per una quarantina di persone in un povero villaggio di montagna ad oltre mille metri d'altezza. Eppure quella sezione ci riesci mirabilmente, come riesci mirabilmente, mediante l'opera dei suoi due soci i fratelli Valenti, e mediante la squisita gentilezza di quel parroco e dei suoi due cappellani, a prepararci degli abbastanza comodi alloggi per la notte.
Il nostro presidente in un brindisi di ringraziamento, desiderando rendere il contraccambio, c'invitò a decretare cima di montagna il nostro Duomo per ivi raccogliere in fratellevole convegno la sezione sorella. Ed infatti dove trovare altre cime nella nostra uniforme pianura di Milano? Ad Introbbio, prima di lasciare il villaggio, avevamo ricordato che in quel giorno 27 di giugno si radunava il congresso degli alpinisti italiani ad Aquila e spedito colà un telegramma di saluto. A Gerola ci giunse la risposta portata da un pedone; erano saluti ed auguri scambiati a centinaia di miglia di distanza, e quasi si può dire dagli estremi degli Appennini a quelli delle Alpi, dalla cima del gran Sasso d'Italia dove erano ascesi i nostri compagni d'Aquila, a quella del Pizzo dei Tre Signori, da dove eravamo appena discesi noi. Quante memorie e quante riflessioni ci destò nella mente questo ravvicinamento !...
Partimmo da Gerola la mattina del 29 giugno, e con tre ore di cammino sopra una comoda strada mulattiera costrutta da circa trentanni dal consorzio di quei comuni siamo giunti a Morbegno, dove una parte della compagnia ci lasciò.
La valle del Bitto che abbiamo percorso è una delle più belle gole alpine. La via che scorre quasi sempre sul fianca meridionale a grande altezza del torrente con ardito serpeggiamento muta vista ad ogni passo.
Ad un terzo circa della discesa piega bruscamente per girare intorno ad una rupe e per entro ad una larga insenatura tutta a bricche, spaccata da tre brevi e cupe vallette che precipitano le loro acque con bruschi salti nel fiume Bitto. È questo il così detto orrido di Pedesina, uno dei più belli che si possano ammirare, e che si attraversa passando sopra tre ponti in muratura in un'arcata a considerevole altezza sul precipizio. Più innanzi, di contro a Bema, il torrente Bitto che scorre sempre profondamente invallato, talché non se ne ode nemmeno lo scroscio, è arrestato nella sua rapida corsa da una diga formata da una recente voluminosa frana, che sbarrandone il corso vi formò da due anni una specie di lago. Lo sguardo intanto spingendosi innanzi vede più basso il corso del fiume Adda e la Valtellina colle giogaie granitiche e serpentinose che la chiudono a nord.
A Morbegno si entrava per così dire nella regione del piano, perché non ci era più bisogno di fare a piedi strade o sentieri di montagna. La larga strada nazionale della Valtellina percorsa dalle comode diligenze svizzere ci offriva il mezzo di essere in poco d'ore a Colico, e però senz'altro, caricati i nostri sacchi ed i nostri bastoni sopra due di queste diligenze ci siamo fatti condurre comodamente, senza fatica di gambe, a Colico. E qui montati sopra uno dei nuovi battelli-saloni, che ora fanno il servizio del lago, eravamo alle 7 di sera a Como, ed alle 9 pomeridiane colla ferrovia di ritorno a Milano, lieti di avere rotto la monotonia della vita cittadina con tre giorni di fatiche e disagi sui monti.

Luglio 1875. E. Bignami Sormani, socio della sezione di Milano.

 

Davanti: Valsassina – Biandino con Pizzo Tre Signori m. 2554

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: Foto ediz. Dolci - Novara

Davanti: nessuna scritta

Retro: Casa Pio X (m. 1775) - Anticima del Pizzo dei Tre Signori (m. 2555)

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: editore non presente

Note: timbro CASA PIO X AL ZUCCO DI COBBIO (Alt. m. 1750) INTROBIO Prov. di Como

Davanti: Pizzo dei Tre Signori (m. 2554)

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Olmo al Brembo - data 17.8.1954

Editore: foto CARMINATI – ZOGNO (Bergamo)

Note: timbro Pontificia Opera Assistenza COLONIA FAENTINA in VAL BREMBANA “VILLA S. MARIA”

(Bg) S. Brigida

Davanti: nessuna scritta

Retro: Vetta Pizzo Tre Signori m. 2554 dalla Bocchetta d'Inferno

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Premana - data 18.8.1956

Editore: Foto Bellomi

 

Ma prima? Quando non tutti lo chiamavano Pizzo dei Tre Signori, quale confine di tre stati? Nel Trattato tra il Ducato di Milano e la Repubblica Veneta, pubblicazione del 1756, gli ingegneri incaricati della definizione dei confini, il giorno 30 maggio 1753, segnalano ultimato l'incarico, completato al Pizzo detto del Cengio, o sia dei Tre Signori, posto tra i territori d'Introbio milanese e Valtorta bergamasca, come dimostrava la mappa topografica che avevano realizzato. Nel 1840 Giuseppe Arrigoni scrive, nelle Notizie Storiche della Valsassina e terre limitrofe, del Pizzo dei Tre Signori così chiamato perchè serviva di confine alla Lombardia, alla Repubblica veneta ed allo stato dei Grigioni e che viene anche detto Varrone, Passo Salimurano o Pizzo del Cengio.

 

Davanti: Pizzo dei Tre Signori (m. 2554)

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Santa Brigida - data 7.8.1954

Editore: Foto CARMINATI - ZOGNO (Bergamo)

Davanti: DALLA VETTA DEL PIZZO TRE SIGNORI m. 2554 VEDUTA DEL LAGO DI SASSO - RIF. S.RITA E MONTE LEGNONE m. 2610

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Introbio - data 27.4.1957

Editore: Foto Bellomi

Note: timbro Rifugio Alpino Rigamonti - Biandino

Davanti: VALSASSINA – Lago di Sasso m. 1912 Legnone m. 2610 Melaccio m. 2462

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: Ed. Paolo Dolci - Novara

Note: timbri CA' DI S.MARCO (MEZZOLDO) 27 AGO 1936 ALTITUDINE 1832

SOCIETA' ESCURSIONISTI LECCHESI LECCO Rifugio A. GRASSI (m. 2000)

Davanti: nessuna scritta

Retro: Pizzo Tre Signori m. 2554 dal passo del Toro m. 1974 (sul sentiero da Bobbio a Camisolo)

Spedizione: cartolina viaggiata - localita' e data non leggibili

Editore: foto Bellomi

Note: timbro RIFUGIO MADONNA DELLA NEVE BIANDINO (m. 1593 s.m.)

Davanti: nessuna scritta

Retro: COLONIA ALPINA CASA PIO XI ALLA BOCCHETTA DI TRONA (m. 2092)

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: STAB. DALLE NOGARE E ARMETTI – MILANO

Note: timbro Casa Pio XI Bocchetta di Trona (m. 2092) PREMANA (Valsassina)

Davanti: Dal Pizzo dei Tre Signori (m. 2554)

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: Fotoedizioni G.CARMINATI – ZOGNO (Bergamo)

Davanti: nessuna scritta

Retro: Casa Pio X – Pizzo 3 Signori

Spedizione: cartolina viaggiata - timbro Introbio - data 23.8.39

Editore: Neg. A. Sassi

Note: timbro CASA PIO X AL ZUCCO DI COBBIO (Alt. m. 1750) INTROBIO Prov. di Como

Davanti: Inverno in Biandino (Valsassina) - Pizzo Tre Signori m. 2554

Retro: nessuna scritta

Spedizione: cartolina non viaggiata

Editore: Foto edizioni Valsassinesi

Note: timbro RIFUGIO S. RITA – PASSO CROCE DEI TRE mt. 1986